lunedì 14 settembre 2020

LA VITA DELL'ANDRE: PRIMO GIORNO DI SCUOLA.

E così, cari lettori, lettrici, madri, padri, impiegati, fruttivendoli, babysitter, imprenditrici, operai e aviatori (ecc ecc ecc...) ci siamo. Today is the day. Il primo giorno del nuovo anno scolastico è arrivato.

Io ormai ho perso il conto delle riunioni fatte, delle perplessità chiarite, delle ansie rintuzzate, delle

maledizioni lanciate (dai ragazzi, ovviamente, che nonostante il lockdown, quando il giorno giunge le vacanze non sono mai state abbastanza lunghe) e delle rassicurazioni offerte.

Di fatto, nonostante abbia parlato con insegnanti che mi hanno accolta al grido di "non siamo per niente pronti",  si parte.

Che dire.

Io un po' di paura ce l'ho. 

Non è per fare l'allarmista, per carità, sono perfettamente cosciente del fatto che la scuola sia un dovere primario per lo stato così come un diritto assolutamente imprescindibile per tutta una serie di categorie di persone – insegnanti e personale ata che ci lavorano, studenti di ogni ordine e grado, genitori che non hanno modo di tenere i figli a casa. E devo dire che, almeno qui da noi, le intenzioni sono più che buone, i progetti ben pensati, gli operatori coinvolti preparati.

Tuttavia, e passatemi il populismo da quattro soldi, siamo in Italia, e purtroppo non lo dico per fare riferimento alle bellezze artistiche e naturalistiche di cui il nostro Paese può farsi vanto. Lo dico perché questo è il paese del fatta la legge trovato l'inganno, o come avrebbe detto mio nonno, passata la festa gabbato lo santo. Giuridicamente parlando siamo all'avanguardia assoluta: le nostre leggi (e la nostra Costituzione, non fatemi aprire il capitolo della Costituzione per favore!) sono le migliori e le più complete rispetto a quelle dei nostri vicini europei più blasonati, e tuttavia una cosa ci manca sempre, in ogni santissima circostanza.

Il controllo.

Fare una legge e lasciare la sua applicazione 'al buon senso della gente' forse può funzionare in Svizzera, o in Norvegia. Qui da noi, no. È provato. Le istituzioni stesse derogano: c'è una polemica nella mia città perché il sindaco leghista uscente e parte della giunta si sono fatti fotografare in campagna elettorale tutti abbracciati come amiconi,  contenti e felici senza uno straccio di mascherina. Davanti a un esempio del genere, come faccio a pretendere dai bambini in cortile che la indossino e rispettino le distanze?

Bene a rischio di sembrare più fascista di quella che sono (e non lo sono per niente, sia chiaro!), dirò che ci vogliono più controlli. Nei luoghi pubblici, nei locali, nei bar, ovunque. Ci vuole gente che vada in giro e prenda provvedimenti veri, seri, con coloro i quali non rispettano la legge.

Perché di questo si tratta: rispettare la legge. E questo è obbligatorio, non sta al buon cuore di ognuno. Ridiciamolo: rispettare la legge è obbligatorio per tutti.

Per questo auspico che le scuole, almeno, facciano un buon lavoro nel tenere sott'occhio i ragazzi – ove possibile naturalmente, è chiaro che un bambino della materna è diverso da mio figlio di terza media e da un ragazzo di quarta superiore – non solo per minimizzare le possibilità di contagio che sono sempre in agguato, ricordiamocelo. Ma anche (e forse soprattutto) per instillare nella nuova generazione un po' di quel senso civico e buon senso che purtroppo abbiamo ampiamente dimostrato mancare a quelle precedenti.







Nessun commento:

Posta un commento