domenica 9 febbraio 2020

LA VITA DELL'ANDRE: sul bullismo.

Oggi proviamo con un argomento serio.
Il 7 febbraio è stata la giornata contro il bullismo.

Ora, io ho un'idea a tal proposito che mi ha spesso resa impopolare, ma siccome non sono il tipo che impara dai propri errori (anche perché io non sbaglio mai!) mi ostino a ripeterla ancora e ancora, nella speranza che prima o poi qualcosa di positivo ne venga fuori.

Essenzialmente io credo che stiamo crescendo una generazione di vittime. 
Già.
Nella mia esperienza personale (di osservatrice, perché i miei figli non sopraffanno e non vengono sopraffatti) il problema vero del bullismo oggi come oggi non sono i bulli. Siamo noi.
I bulli non sono cambiati da 40 anni a questa parte. Sono sempre i soliti stronzi, bon.
Noi invece siamo cambiati. Noi genitori. Siamo una generazione molto diversa dalle precedenti.
Corriamo dietro ai nostri bambini fin da quando cominciano a camminare proteggendoli e difendendoli contro tutto e tutti, in cortile, ai giardini, a scuola... siamo dalla loro parte sempre, contro gli adulti e contro gli altri bambini, addirittura contro i bambini più piccoli (visto con questi occhi...), senza discernere e senza discriminare. Una volta, quando un ragazzo prendeva 5 era colpa sua che non aveva studiato. Oggi è colpa del prof che non sa spiegare. Andiamo a scuola a fargli una scenata davanti agli stessi ragazzi, che quindi sono liberi da ogni responsabilità. E tanto quando sbagliano hanno chi li difende. Lo stesso vale per ogni ambito: gli stiamo talmente appiccicati al culo che possono succedere due cose:

1. alcuni sviluppano un senso di onnipotenza: tanto mia mamma da ragione a me. E quella è la genesi del bullo. Ne ho conosciuto uno così nella classe del mio figlio maggiore. Qualunque cosa facesse, se la cavava sempre perché mentiva ai genitori, loro gli credevano e andavano a scuola (o da qualche altro genitore) a fare la scenataccia. E lui la passava liscia ridacchiando.

2. altri, la maggioranza, perdono la capacità di farsi valere. E perché dovrebbero? Tanto ci pensa mammina...  ecco, questi bambini, questi ragazzi, sono le vittime designate. Sono ragazzi a cui noi stessi trasmettiamo un senso di totale inadeguatezza, perché se non gli lasciamo fare niente da soli, non c'è poi da stupirsi che credano di non valere nulla. Vi pare? E hai voglia poi andare a lavorare sull'autostima! L'autostima si costruisce sull'autonomia, prima di tutto, mi sbaglio? Se c'è qualche pedagogista in zona, si senta libero di battere un colpo, o magari anche due. Di questo genere ne ho millemila esempi. C'è un ragazzino in classe col mio figlio minore che si lamenta a casa che un compagno gli prende il naso tra le dita (avete presente il gioco che si fa coi bambini, prendi il naso tra indice e medio piegati e lo strapazzi un po'? ecco, quello). E questi genitori vanno a gridare a scuola che il loro bambino viene maltrattato. Ma-vi-pare?

Ora, è ben chiaro che ci sono bulli e bulli come ci sono vittime e vittime. Generalizzare non è possibile e anche se lo fosse sarebbe comunque un errore. 
E' altrettanto chiaro che prendere in giro o infastidire fisicamente un ragazzo perché è sovrappeso, o perché è un giovane gay, o perché è ebreo, o per qualunque altro motivo legato al modo di essere di quella persona è sbagliato all'ennesima potenza.

Tuttavia io non posso fare a meno di chiedermi: ma quel ragazzo, perché non sa reagire? Perché si sente toccato al punto da starci male per giorni, o addirittura in certi casi da farsi del male o provare togliersi la vita? Cos'è che ha tolto a quel ragazzino specifico la voglia, o la capacità, di farsi valere?
La mia risposta è quella di prima: siamo stati noi. Siamo noi che creiamo le vittime, perché non sappiamo più fare un passo indietro e così le priviamo della propria autostima. 

Stiamo dicendo loro: senza di me non ce la fai. E loro si adeguano: non ce la fanno.

Io ricordo la cosa come funzionava ai miei tempi. 
Ora non voglio fare la nostalgica, ma quando andavo a scuola io, certe cose si risolvevano tra ragazzi. 
Io ero piccola, grassoccia e coi capelli talmente corti (facevo nuoto) che volte mi scambiavano per un maschio. Ero un bersaglio perfetto. Ma sapete una cosa? Mi facevo rispettare. Col cazzo che mi bullizzavano, se mi passate il francese. Se uno mi diceva "cicciona" - e capitava! - io manco lo sentivo, e se lo sentivo era solo per rispondergli a tono. Non è che  mi facesse piacere, intendiamoci, è chiaro che ci rimanevo male. Ma non mi intaccava così profondamente da mandarmi in depressione o da farmi desiderare di non vivere più!! Perché invece oggi accade?

Quando i maschi si facevano un po' troppo audaci - la pubertà, sapete... - noi ragazze degli anni Settanta risolvevamo con sonore pedate negli stinchi. Niente di che: ci si girava e si colpiva. Bum. I maschi ormonali in questione esibivano i lividi come trofei. Ne erano fieri. E non mi risulta che nessuna mamma sia mai venuta a scuola a lamentarsi che suo figlio tornava conciato come un giocatore di football americano. Semplicemente erano cose da ragazzini, che erano lasciate alla gestione dei ragazzini. Ci facevano le ossa. Come i lenocini che se le suonano tra di loro per preparasi alla vita del branco. Ve l'immaginate la leonessa che si porta via il suo cucciolo perché non si batta? 

Oggi, se un bambino di prima media entra nello spogliatoio delle femmine, è passibile di denuncia. Capiamoci.

Tutto questo per dire che pur essendo animati dalle intenzioni più nobili di seguire i figli a tutto tondo, di essere di supporto e di aiuto, di far sentire loro che possono fidarsi di noi e di preservarli da tutta una serie di tribolazioni legate alla loro vita nel proprio gruppo sociale, siamo andati oltre. Li abbiamo privati di esperienze basilari - ancorché non tutte piacevoli - che li avrebbero preparati meglio alla vita, fornendo loro le armi per farsi valere nel mondo. Oggi invece combattiamo noi tutte le loro battaglie a partire dall'asilo nido, e quando viene il loro turno, be'... soccombono. Semplicemente. Perché non sanno cosa fare. O perché non pensano di essere degni di farlo. 

Ed ecco perché io ho spesso detto a mio figlio: sai che c'è? Se uno ti rompe le palle, risolvetela. Io non vado a litigare con una mamma perché tu e suo figlio non riuscite ad andare d'accordo. Se ti da fastidio, per prima cosa parlagli, poi cerca di evitarlo, oppure vattene quando te lo trovi vicino. E se non funziona niente, ripagalo con la stessa moneta: girati, e mollagli uno sganascione. 
E sapete cosa vi dico? Era la stessa risposta che davo ai ragazzini piagnucolosi che venivano da me in cortile a lamentarsi che mio figlio li aveva spinti giocando a ce l'hai (!) oppure, dio non voglia, giocando ai gavettoni li aveva bagnati dalla testa ai piedi (perché oltre tutto 'sti  ragazzini non sanno nemmeno più giocare!). Veditela tu, dicevo. Hai il mio permesso.
Non si fa? E vabbè, non si fa. 
Preferisco che mio figlio  - ma anche i figli degli altri! - prenda bene le misure di come comportarsi all'interno del suo gruppo di pari, e che sappia che può e sa difendersi da solo, in ogni occasione.

Linciatemi.












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