sabato 15 febbraio 2020

LA VITA DELL'ANDRE: Casa Leopardi apre gli appartamenti privati di Giacomo. Di ricordi e libri antichi.

Una notizia Ansa oggi che mi ha fatto saltare sulla sedia.
Perché, capite, io amo Giacomo Leopardi.
Visceralmente.
Con la pancia proprio.

Questo risale a molti anni fa.
Quando ero piccola - attorno ai 4-5 anni - avevamo una casa di villeggiatura dove andavamo coi i miei nonni. Nel pomeriggio dopo pranzo, tutti sparivano improvvisamente dalla circolazione, chissà perché...  tranne mio padre.
Oggi, che ci sono passata due volte, so che se ne andavano a farsi un sonnellino e che mio papà si offriva di badare a me mentre la mamma si riposava.
Ora, dovete sapere che mio padre non è mai stato tanto tipo da favole o cose del genere. Pensate che, una volta diventato nonno, a mio figlio raccontava l'Iliade e l'Odissea!
Così, nel silenzio della casa, gli saltavo in braccio sulla poltrona vicino alla finestra e parlavamo di libri.
Cioè, naturalmente lui parlava, e io ascoltavo.
Sulla mensola sopra le nostre teste c'erano gli unici libri disponibili in quella casa, tra cui questi che vedete qui sotto, che risalgono agli anni Venti dello scorso secolo ed erano, pensate un po', libri di scolastici di mia nonna.



A ogni modo.
Le nostre dotte disquisizioni sono iniziate dal libro più grosso, che è una meravigliosa edizione della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Giorni e giorni a traghettare insieme a Caronte, a contare i giri di coda attorno al corpo di Minosse, a piangere con Paolo e Francesca e aguzzare la vista per scorgere i tre peccatori supremi nella bocca di Lucifero il quale - per inciso - si è ripresentato nei miei sogni in più di una occasione.

Esaurito Dante, siamo passati a Leopardi.
Giacomo, il giovane sfortunato e cagionevole che amava lo studio sopra ogni altra cosa (e di nuovo, oggi so che probabilmente avrebbe amato più volentieri Silvia) che mio padre mi descriveva chino, al lume tremulo di una candela, con una coperta sulle spalle mentre studiava e scriveva nelle ore notturne.
Da quella descrizione all'innamorarmene perdutamente credo sia passato mezzo nano secondo.
La fascinazione per lui non mi è mai passata, e anzi si è accresciuta con gli anni della scuola, quando ho cominciato a studiare e comprendere la poetica e l'infinita tristezza che pervade le sue opere.

Ho visitato casa Leopardi due volte, ma fino ad oggi la visita prevedeva soltanto la biblioteca e lo studio. Che, per inciso, era esattamente dove mi aspettavo di trovare ad aleggiare il suo spirito: alla scrivania circondato di libri. In mostra c'era persino la coperta, pensate: una coperta rossa che - diceva la guida - il poeta usava per ripararsi dall'umido della notte.
Durante la mia prima visita, ricordo di essere stata sopraffatta dall'entusiasmo alla vista della coperta. Avevo cinque o sei anni e a un certo punto non ero più riuscita a darmi un contegno, soccombendo all'istinto e mettendomi a correre gridando "Giacomo Giacomo" fissando estasiata i busti che lo ritraevano, sotto gli occhi perplessi dei miei genitori e quelli irritati della guida (che era talmente rigida che aveva sicuramente una scopa infilata nel... ecco.)

Quindi la notizia che dal 21 marzo 2020 a Recanati, a Casa Leopardi verranno aperti al pubblico per la prima volta, dopo un accurato restauro, parte del piano nobile e gli appartamenti dove Giacomo Leopardi abitò assieme ai suoi fratelli (Ansa) capite che mi scombussola non poco i piani, costringendomi a programmare una visita nelle marche subito all'inizio della primavera!




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