domenica 5 gennaio 2020

VITA DA SCRITTRICE: Emergente a chi?

Forse non tutti i lettori di questo blog lo sanno, ma io "c'ho un'età". 
No, non vi dirò esattamente quale sia, ma sappiate che è sufficiente per aver avuto un lavoro vero (poi di questa roba del lavoro vero ne parliamo, in una prossima occasione...) per oltre vent'anni, per avere un figlio che sta per trasferirsi all'estero e per dover portare degli occhiali da lettura (anche se molto fighi).

Il primo grosso scoglio che ho dovuto superare quando ho cominciato a scrivere è stato di tipo semantico. 
Già.
Perché una come me mediamente viene definita una scrittrice emergente, termine che nella mia testa evoca immagini di gioventù spensierata, ricerca della propria strada, freschezza e inesperienza.
Primo pensiero: ma io non sono quella persona lì!
Secondo pensiero: ma io non sono quella persona lì proprio per niente!
Cioè, dai, ma andiamo: alla mia età? 

Ebbene, si.
Alla-mia-età.

Quando ti trovi a competere (anche se non è il termine più adatto) con persone molto più giovani di te, con tantissime belle idee, e una conoscenza dei moderni mezzi di comunicazione che tu francamente non possederesti nemmeno nei tuoi sogni più vivaci, il rischio è quello di cadere in una trappola insidiosissima che si chiama arroganza. Perché, certo: loro sono giovani e dinamici ma tu, diamine, hai esperienza. Hai buon senso. Sei maturo. Perché dovrebbero valere per te le stesse regole? Tu non ti perdi dietro futili considerazioni utilitaristiche, tu non ti pieghi alle logiche del mercato, tu non scrivi per vendere - aborrrrrro! - : tu hai dalla tua una vita spesa a imparare (non si sa cosa), a capire le persone, a muoverti nel mondo vero (sottinteso: mica come voi poppanti che pensate solo a farvi selfie al cesso) e scrivi perché hai qualcosa da dire. Qualcosa di profondo, qualcosa di vero, mica come tutti quei romanzetti che hanno tanto successo oggi, impregnati solo di sesso inutile perché fa tanto Cinquanta sfumature (cioè: vende) e privi di qualsivoglia contenuto etico o morale che prescinda da una sana scopata.

Ora, non dovrò mica mettermi allo stesso livello, vero?

No, infatti. Non devo.
Devo mettermi sotto a quel livello. Di tre o quattro tacche.
E credetemi: non è umiltà - abbiamo già chiarito come io ne sia desolatamente priva.
Si tratta di semplice consapevolezza.
Si tratta di brutale autoanalisi, di autocoscienza referenziale, di cognizione di sé, nuda e cruda. In una parola: di conoscersi (il che probabilmente è l'unico vero vantaggio di aver raggiunto gli anta) e di guardarsi allo specchio con un minimo di onestà e totale mancanza di fronzoli.
L'età non conta, e non contano (o almeno non troppo) le esperienze che hai avuto fino quel momento.
Ora stai scrivendo, o ci stai provando, e il mondo in cui ti addentri è nuovo e strano, e non lo conosci (ancora). Perciò non sei come quei poppanti: sei un poppante tout court, e come tale ti tocca agire.

In soldoni, questo significa che devi procedere a piccoli passi, chiedere a chi ne sa più di te (e sperare di non essere snobbato), imparare da chi nuota in questo mare da più tempo anche se hai cinquant'anni e lui - o lei - ventidue. Sorriendo. Con gratitudine. Senza mostrare vergogna e soprattutto senza provarne, mai, nemmeno giù giù nel profondo in quel posticino che nessuno conosce tranne te dove albergano le emozioni che non ti piacciono. Perché nessuno nasce imparato, e non c'è nulla di male in questo. A patto di essere disposti a rimediare.

E quindi, si può essere emergenti a quarant'anni? O a cinquanta? O a ottanta, se è per quello?
Sì. Certo che sì. 
Perché non si è mai troppo vecchi per cercare la propria strada.
Ma è necessario spogliarsi da una serie di sovrastrutture culturali che possono portarci a prendere il percorso sottogamba (come avrebbe detto mia nonna) nell'errata convinzione che a noi basti stendere la mano per cogliere i frutti che desideriamo. Perché siamo esperti della vita.

Come faccio io
Perciò eccovi qui i miei consueti due centesimi di vita vissuta.
Quando ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo io non sapevo - giuro che è vero - che esistesse una cosa chiamata self-publishing. Scrivevo per puro divertimento, non avevo alcuna velleità di pubblicazione. In quel periodo conobbi un paio di ragazze, per caso, le quali invece avevano pubblicato o stavano pubblicando i loro primi lavori. Mi sono accozzata letteralmente a loro, una delle due in particolare, che ha oltre dieci anni meno di me, e le ho chiesto tutto. Lei è stata il mio  faro nella nebbia dell'auto publishing, il mio valium nei deliri pre-pubblicazione. La trovate nei ringraziamenti del primo volume di The Viking Chronicles. Non le sarò mai abbastanza grata, perché se sono qui è in misura ragguardevole grazie a lei.

Quindi, non abbiate timore di chiedere o di dimostrare che non sapete. 
Non c'è nulla di sbagliato nel non conoscere qualcosa che non si è mai fatto prima.

Le cose che secondo me tutti noi dobbiamo chiederci prima di cominciare sono: sono pronta a ricominciare daccapo? Sono pronta a sfidare l'ignoto? Sono pronta a muovermi senza capire sempre dove sono e dove sto andando? In una parola... sono pronta a tornare giovane?

Per quanto mi riguarda, la risposta è: diamine, si!











Nessun commento:

Posta un commento