venerdì 17 gennaio 2020

VITA DA SCRITTRICE - Così fan tutti - sulla grammatica e sull'editing - parte 2

Il prequel lo trovi qui 


Dunque, dove eravamo rimasti?
Ah, si. Avevamo appena finito di enunciare due capisaldi irrinunciabili:
1. si, il testo va editato
2. no, farlo da soli non è una buonissima idea.


Perfetto.
Quindi abbiamo capito, ci siamo guardati in giro e abbiamo trovato un editor - magari un editor emergente, come me 😄 - e gli abbiamo chiesto di dare un'occhiata alla nostra trama. 
Il passo successivo è uno di quelli tosti, uno dei più difficili: bisogna dargli ascolto.

Il mestiere dell'editor naturalmente non è quello di riscrivere il libro che si trova tra le mani. Non
deve snaturare il testo, ma limitarsi ad apportare alcune migliorie tecniche, per così dire. Ascoltare e valutare le sue segnalazioni è difficile, perché si tratta di qualcuno che è pagato - anzi, che noi stessi paghiamo, unendo la beffa al danno - per bacchettarci severamente. Oltretutto potrebbe farci notare cose che, secondo noi, non sono errori e che rientrano in quello che ci piace considerare il nostro modo, la nostra voce personale, la nostra firma. In altre parole, il nostro stile.

Io, per esempio, uso il verbo volare a volte in maniera palesemente errata. Lo faccio apposta, e quasi
solo parlando. Dico per esempio: "se non la finisci ti volo giù dalla finestra". Una volta ho avuto l'ardire di scriverlo in un commento di Facebook, e subito i falchi si sono precipitati a informarmi che il verbo volare, cara signora, è intransitivo e quindi la mia frase - scherzosa, naturalmente - conteneva un orrore talmente grande che probabilmente il signor Alessandro Manzoni si stava rivoltando nella tomba. Questo per dire che errori di quel tipo difficilmente passano inosservati, e che i lettori sono poco disposti a perdonarli. 

Quindi dobbiamo stare molto molto attenti che "il nostro stile personale" non contenga inconsapevoli    strafalcioni. Nel caso ne venissero rilevati, dobbiamo prendere un bel respiro profondo e correggerli
Senza se e senza ma.

Ho letto romanzi pubblicati in cui i protagonisti uscivano i regali di Natale invece di tirarli fuori, come se nulla fosse, e altri in cui era tutto apposto anziché a posto, come avrebbe dovuto essere. Cose del genere, siamo onesti, non si possono proprio vedere! Forse un po' grammar-nazi in fondo lo sono...

Ora, lo so cosa state pensando. Ma "lui" lo fa... dove "lui" sta per "quell'autore così particolare che scrive quei libri così particolari che mi piacciono tanto e a cui nessuno rompe le balle con queste sciocchezze".  Stephen King, tanto per dirne uno. Avete letto Dolores Claiborne? Bravi, allora sapete che la grammatica di quel romanzo è quantomeno molto dubbia. Verbi sbagliati, parole usate in modo erroneo, punteggiatura a casaccio. Perché? Perché lo zio Stefano replicava il contesto sociale della protagonista, Dolores, che la grammatica non la conosceva e parlava come una persona priva di istruzione. Harry Potter, in originale, avete mai provato? Il delirio della grammatica. Nei dialoghi tra i protagonisti non c'è un soggetto che sia uno, niente, nemmeno a cercarli col lanternino. E quando per miracolo becchi una frase che ce l'ha, manca il verbo. "she angry?" è il modo di chiedere se lei era arrabbiata. Slang giovanile, d'accordo, ma credo che la mia vecchia e amatissima prof. di inglese si stia ancora rivoltando nella bara, poveretta, altro che Alessandro Manzoni. E potrei andare avanti con esempi di questo tipo fino a farne un elenco molto lungo. Quindi, se possono loro, perché noi no?

La risposta è talmente semplice da essere banale.
Perché "loro" sono Stephen King, J.K. Rowling e compagnia danzante, ovvero grandi autori, affermati,  riconosciuti, che hanno già dimostrato tutto quello che dovevano dimostrare e possono prendersi qualche libertà.
Noi, no.
Un giorno, magari, chi dice niente.
Ma non oggi.
Oggi, dobbiamo mettere giù la testa, aprire un abbecedario e ricominciare a studiare da capo. E se qualcosa ci sfugge, aprire bene le orecchie e dar retta a chi ce lo fa notare. Il nostro compito oggi è quello di costruirci una credibilità come scrittori, e abbiamo solo due modi per farlo: scrivere una trama interessante e essere grammaticalmente impeccabili.

Per questo l'aiuto di un editor "esterno" è così importante.
Intanto, è probabile che conosca bene la grammatica, visto il mestiere che fa, il che non guasta: quattro occhi vedono comunque sempre meglio di due.
Inoltre è distaccato dal nostro lavoro, non ha fatto un investimento emotivo su quello che diventerà il nostro romanzo e perciò è più lucido, più schietto nel vedere le cose per quelle che sono. Un po' come  la babysitter che è educativamente più efficace coi figli degli altri che coi propri.

Non dobbiamo essere timidi, quindi, ma nemmeno sovrastiomarci al punto di pensare di poter fare tutto per conto nostro. Nessuno si salva da solo, ricordiamocelo sempre. E nemmeno si pubblica.




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